Spesso i nostri atti ci seguono come direbbe nell’omonimo romanzo Paul Bourget   e ne scontiamo la pena fino a quando non riusciamo a redimerne questioni e svelarne  le trame.

Questo è quanto si è tentato di fare tra  il 1° ed il 3 Gennaio scorso a Castellammare del Golfo, dando voce ad una incredibile quanto silente storia della “nostra” siciliana unità d’Italia.

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Ci troviamo al cospetto dell’Oratorio del Rosario di Santa Cita a Palermo, luogo in cui lo scultore Giacomo Serpotta realizza uno dei più importanti capolavori visitabili nella capitale siciliana.

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Segesta edificata intorno al IV secolo a.C. da Aceste esule Troiano, figlio di Egesta e del dio fluviale Crimiso, è situata nella parte nord-occidentale della Sicilia a pochi chilometri da Castellammare del Golfo.

Aegesta, città Elima come Erice, è costretta a difendere la propria libertà guerreggiando continuamente contro Selinunte e Siracusa chiedendo la protezione degli Ateniesi prima e dei Cartaginesi poi.

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Racconta Tucidide che “dopo la caduta di Troia, alcuni troiani arrivarono in Sicilia dal mare“… esuli trovarono rifugio in questo lembo di terra.

Elimi furono chiamati dai Sicani, le loro città furono Segesta ed Erice; in quest’ultima, secondo Virgilio, Enea seppellì suo padre Anchise.

Si narra, anche, che su questo monte, Venere abbia allattato il figlio Cupido e che la presenza di Bellezza e Amore sia ancora oggi ravvisabile negli incantevoli panorami e nell’atmosfera ammaliante, che fa vibrare gli animi dei visitatori.

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Se vi capitasse, un giorno, di recarvi in visita all’isola di Mothia, rivolgete l’attenzione ad un oggetto che spesso viene venduto come souvenir e di cui non tutti conoscono il senso: la maschera arcigna dei Fenici.

Virginia, che accompagna i nostri ospiti alla scoperta della storia dei Fenici, a Mothia, racconta spesso l’origine di tale manufatto.

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La lezione di oggi si concentra sul Natale che sta per giungere, in questa poesia della tradizione popolare ho da farvi cogliere due elementi importanti.

Il primo è la preposizione “di” che qui leggiamo “ri”.

Il secondo elemento è la parola “Cuccidratu“, che non sono riuscito a rendere in italiano perché è un nome proprio, sì è il nome proprio di un dolce della tradizione popolare siciliana.

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